di ANTONIO MONACO
La Provincia di Foggia corre ai ripari dopo gli ingenti danni provocati dalle piogge di inizio aprile alle arterie del Subappennino dauno. Sulle strade interessate da frane e smottamenti sono in corso interventi di ristrutturazione e ripristino. Quello che però salta agli del cronista sono i lavori di pulizia delle cunette e del taglio degli arbusti: la manutenzione. Quella che è mancata. Da anni, infatti, queste strade sono abbandonate a se stesse. In particolare le provinciali che collegano Roseto Valfortore al capoluogo: la n. 130 e la n. 129. Se quest’ultima è stata riaperta al traffico, grazie al pronto intervento di una squadra del Genio dell’Esercito di stanza a Foggia che ha risanato la frana più estesa, la 130, invece, rimane chiusa.
In contrada Acqua Bianca, nel tratto tra Roseto ed Alberona, una profonda frana ha inghiottito gran parte della carreggiata. Il cedimento ha interessato la stessa parte di strada che franò 17 anni fa, il 21 aprile del 2009, sempre a causa di due giorni di pioggia a carattere torrenziale. Per 13 anni quella frana è rimasta in attesa di essere risanata. Nel 2022 furono eseguiti i lavori di ripristino. Tutto sembrava normale. Ma sono stati sufficienti due giorni di pioggia incessante per devastare di nuovo quel tratto di strada, lanciando molte ombre sulla qualità dei lavori. Va anche sottolineato che gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da un clima molto secco: con inverni con poche piogge, quasi assenza di neve ed estati lunghe e torride. Una condizione climatica che aveva causato una delle peggiori crisi idriche della Capitanata. L’inverno scorso, invece, è stato decisamente più piovoso rispetto ai precedenti. Piogge che hanno innescato la ripresa dei movimenti franosi, aggravati dalle copiose precipitazioni del 1 e 2 aprile scorsi.
Che le strade del Subappennino dauno, provinciali e comunali, sarebbero collassate sotto l’inclemenza del tempo, era prevedibile alla luce dello stato di abbandono e dell’incuria in cui versano. Una condizione talmente evidente che chiunque avrebbe previsto quanto accaduto. Se a quelle arterie fosse stata riservata più manutenzione, i danni sarebbero stati contenuti, al punto da evitare la chiusura totale di alcune di esse. Adesso si corre ai ripari con il dispiego di uomini e mezzi, compreso l’Esercito. Le imprese incaricate dalla Provincia e dai Comuni stanno provvedendo a risanare le frane e a ripulire cunette e ponticelli, che consentiranno (si spera!) il deflusso dell’acqua in caso di piogge abbondanti. Una storia italiana quella accaduta due settimane fa: si interviene dopo i disastri. La tutela del territorio e delle strade, per prevenire dissesti idrogeologici, dovrebbero essere pratiche fondamentali. Le litanie di alcune prefiche sono indirizzate all’insufficienza di soldi, 10 milioni di euro, stanziati dal Governo alla Puglia per il riconoscimento dello stato di calamità naturale. Eppure già a partire dal 2000 la Regione Puglia, attraverso il Pit n.10, riservò ben 105milioni di euro al Subappennino dauno, focalizzando sulla messa in sicurezza del territorio. Che fine abbia fatto quel fiume di soldi non è dato sapere. Sarebbe preferibile che i comuni badassero più ad investire alla gestione di azioni di mitigazione del rischio da frane, piuttosto che spendere centinaia di migliaia di euro per quegli improbabili cartelloni zeppi di sagre, feste e serate danzanti. Senza dimenticare gli sfarzi natalizi per addobbare, con costose luminarie, luoghi dove ci sono sempre meno abitanti.
